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Domani Riccardo Riccò sarà ascoltato dalla Procura antidoping del Coni, dopo la positività all’epo riscontrata al Tour.

Sono passati dodici giorni da quella mattina in cui Riccardo Riccò fu portato via dai gendarmi francesi prima della partenza della dodicesima tappa del Tour, da Lavelanet a Narbonne. Un Tour dove Riccò aveva già trionfato due volte, ma questa, quella del Cobra da Formigine, è una storia vecchia, che oggi non c’entra più nulla. Da quel mattino del 17 luglio, infatti, tutto è cambiato: Riccò trovato positivo al Cera, l’epo di terza generazione a rilascio lento, nella quarta tappa, escluso dal Tour e costretto a trascorrere una notte nella gendarmeria di Foix. Dalle stelle alle stalle, la cella, il licenziamento e poi il ritorno a casa, in famiglia, dove il 24enne di Formigine sta lentamente ritrovando la serenità. Anche sui pedali, con uscite quotidiane in compagnia degli amici. Ma domani, a Roma, davanti alla Procura antidoping del Coni, Riccò dovrà rivivere i giorni dell’incubo e dire la sua verità. Al suo fianco, in questo mezzogiorno di fuoco da cui potrà dipendere la sua carriera sportiva, avrà un legale dello studio dell’avvocato Ascari che lo ha seguito in questi giorni. “Della strategia difensiva non posso dire nulla – ci spiega lo zio e suo primo tifoso Gianni Ghirri – ma posso assicurarvi che Riccardo è molto tranquillo”. Tutto il resto, a cominciare dalla decisione se chiedere o meno le contro analisi, dipenderà dall’esito dell’interrogatorio di domani. Riccò dovrà decidere se continuare a proclamarsi innocente, come fatto all’indomani della positività, magari dimostrando l’irregolarità del controllo, e allora le contro analisi sarebbero un passaggio obbligatori, oppure se fare come Ivan Basso che ammise l’errore ed ora, scontata la squalifica, si prepara al rientro. Una scelta che solo chi sa come sono davvero andate le cose, può fare.


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