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Ieri, dopo il lungo braccio di ferro con le associazioni di categoria, il presidente della Provincia Sabattini ha aperto alle richieste di piccoli commercianti e grande distribuzione. Così la Provincia chiederà ai comuni di fermare i nuovi ipermercati. E intanto, consumi in calo.

Recessione, ridotta capacità di spesa delle famiglie e contrazione dei consumi, in questo scenario, che senso avrebbe costruire nuovi ipermercati? E quanti posti di lavoro si rischierebbero poi di perdere nel piccolo commercio? Da giorni se lo stanno chiedendo le associazioni economiche modenesi. Da quando, cioè, Comuni e Provincia hanno proposto una revisione del piano del commercio che prevede 30mila metri quadrati in più di iper e supermercati, in aggiunta ai quasi 200mila metri già autorizzati dal piano in vigore e non ancora realizzati. Da ieri, però, anche la Provincia sembra pronta a fare marcia indietro, e se lo stop di tre anni richiesto dalle organizzazioni di categoria, non è consentito dalle leggi europee sulla concorrenza, il presidente Sabattini ha assicurato che giovedì incontrerà i comuni per chiedere loro di fare un passo indietro, usando le norme urbanistiche per fermare nuovi insediamenti. Almeno sino a quando non cambierà il vento e i consumi ripartiranno. Ipotesi al momento alquanto lontana, stando ai dati diffusi dall’Osservatorio di Confesercenti. Tra gennaio e marzo 2011, pensate, le mille imprese analizzate hanno visto calare del 3% il fatturato, segno evidente di come le famiglie modenesi continuano a risparmiare sui beni di prima necessità. A questo dato si affianca poi l’ulteriore peggioramento delle vendite extralimentari: -3,2% che cancella la timida boccata d’ossigeno di fine 2010. Numeri, su cui ha inciso l’andamento negativo dei saldi di fine stagione per l’abbigliamento. E va ancora peggio per i pubblici esercizi. Bar e ristoranti lamentano un calo del volume d’affari del 4,3%. In controtendenza, invece, il commercio all’ingrosso. Ceramica, timida ripresaPer quanto si cerchi di dimenticarlo, l’orribile 2009 lascia segni pesanti nella ceramica, il pezzo più internazionalizzato del made in Italy e colonna portante dell’economia provinciale. Confindustria ceramica tira le somme del 2010 e dai dati si scopre che la risalita c’è ma è lenta, non più lacrime e sangue, ma neppure saltano tappi di spumante. Su tutto, la consapevolezza che non si tornerà più agli anni d’oro del pre crisi e che la competizione non farà sconti. Nel 2010 la produzione di piastrelle ha segnato un +5,29% rispetto al crollo del 2009, mentre il fatturato è in segno più ma solo per il 2,7%. Riprendiamo a vendere piastrelle all’estero (+4,87%), ma in Italia resta buio fitto con vendite in calo di altri tre punti e il contemporanoi aumento delle importazioni da Cina e Spagna. Il saldo dell’occupazione parla di 23mila addetti, con una perdita di 1.243 posti di lavoro. Una nota incoraggiante? Le imprese continuano ad investire: nel 2010, con i bilanci in sofferenza, hanno speso 224 milioni di euro per migliorare processi e prodotti. Ceramiche più internazionalizzate, per competere sui mercati che consentono di crescere. Ma prevale la scelta di rimanere, di non delocalizzare tutto. Anche se i costi di sistema, in primis energia e trasporti, restano uno svantaggio rispetto ai competitori internazionali. Franco Manfredini all’assemblea annuale di oggi è poi stato rieletto presidente all’unanimità.


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