in:

Continua ad aumentare il numero di imprese dell’Emilia Romagna che fa ricorso alla cassa integrazione straordinaria. A fine luglio erano 288, un dato che colloca la regione al terzo posto della graduatoria nazionale.

La crisi ha colpito le aziende migliori e i territori più ricchi e sviluppati. Anche gli ultimi dati relativi al ricorso alla cassa integrazione straordinaria conferma questo andamento. 288, a fine luglio, le imprese dell’Emilia Romagna che hanno avviato la procedura per vere e proprie crisi o per ristrutturazioni aziendali. Un numero che colloca la regione al terzo posto a livello nazionale alle spalle di Lombardia, 762, e Piemonte, 318, e davanti al Veneto, 233. A conferma che proprio le regioni produttive del nord sono state le più colpite dalla crisi mondiale. Addirittura impressionante l’aumento percentuale sul 2008, +188%, con oltre 17mila lavoratori coinvolti. Numeri che preoccupano, man mano che si avvicina la scadenza di legge delle 52 settimane di cassa integrazione, senza che si veda una significativa ripresa degli ordini. Per questo il Cipe nell’ultima seduta ha anticipato altri 500 milioni da destinare agli ammortizzatori sociali stanziati per il 2010, per complessivi 8 miliardi, ma da più parti, Confindustria e sindacati, arriva al Governo la richiesta di prolungare la durata della cassa integrazione. Una situazione aggravata dal fatto che altre 3000 aziende stanno facendo ricorso alla cassa integrazione ordinaria, mentre solo grazie al patto anti-crisi voluto dalla Regione, sono già stati siglati 2300 accordi per l’utilizzo di cassa integrazione “in deroga”, per oltre 10mila lavoratori, mentre 2700 imprese artigiane stanno usufruendo di aiuti per sopravvivere, pur sospendendo l’attività, ma evitando i licenziamenti. Contratto alimentaristiSi inasprisce lo scontro per il rinnovo del contratto nazionale dei lavoratori dell’industria alimentare, dopo la rottura delle trattative avvenuta lo scorso 6 agosto. Lunedì prossimo, infatti, torneranno a scioperare i dipendenti dell’Inalca e contemporaneamente lo faranno anche quelli di altre note aziende italiane come Ferrero, Barilla e Granarolo. 8 ore di sciopero che si aggiungono a quelle già fatte il 14 agosto e alle altre azioni messe in campo unitariamente dalle organizzazioni di categoria di Cgil, Cisl e Uil come il blocco degli straordinari e della flessibilità. I sindacati chiedono a Federalimentare di rivedere al rialzo l’ultimo proposta presentata: 118 euro mensili di aumento sulla paga base, più 18 euro variabili, per una durata contrattuale di tre anni. Una trattativa difficile, anche perché arriva nel pieno di una crisi che l’industria alimentare italiana ha dimostrato di saper reggere meglio di altri. Un settore che, in termini di ricchezza prodotta, è secondo solo al metalmeccanico con 400mila dipendenti. 10Mila gli occupati nel modenese, dove operano numerose aziende di lavorazione delle carni suine e importanti gruppi nazionali e mondiali. Oltre a Inalca: Citterio, Aia, Grandi Salumifici Italiani, Parmareggio e Coca Cola, solo per citare i principali. I sindacati, “unitariamente” ricorda Flai Cgil rispondendo alle critiche della Rete 28 aprile, chiedono agli industriali un aumento di 173 euro, in cambio del prolungamento della durata del contratto da 36 a 43 mesi. Crisi alla Cherry GroveFinite le ferie ma non i problemi alla Cherry Grove di Vignola. Ieri, terminate le ferie estive, le maestranze sono rientrate in azienda, dove era previsto un incontro tra i sindacati e i rappresentanti della società. All’ultimo l’appuntamento è slittato al 31 di agosto. I lavoratori, 37 e per lo più donne, si sono trovate senza interlocutore e soprattutto senza alcuna mansione da svolgere. Sindacati ed Rsu aziendale chiedono l’apertura di un confronto costruttivo e l’adozione degli ammortizzatori sociali per dare garanzie e tutele ai dipendenti. Quindi un appello alla proprietà, la famiglia Mambini, perchè non si sottragga alle sue responsabilità d’impresa. Paradisi fiscali, i controlliSono quasi 8mila gli emilano-romagnoli che verranno sottoposti a controlli nell’ambito della lotta ai paradisi fiscali. E’ questo il numero delle persone che risultano residenti in paesi a cosiddetta fiscalità privilegiata tra il 2006 e il 2008 e, nello stesso tempo, risultano avere mantenuto in Italia il centro dei propri interessi familiari ed economici. Il dato è fornito dalla direzione regionale dell’agenzia delle Entrate. Le mete di evasione più ambite sono San Marino, Monaco, Uruguay, Costa Rica, Emirati Arabi e poi, con numeri decisamente inferiori, Singapore, Ecuador e Isole Bermuda. Le attività di controllo vengono condotte in collaborazione con i Comuni.


Riproduzione riservata © 2018 TRC