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Ieri sono stati diffusi dalla Provincia i dati sull’occupazione che destano preoccupazione. Ma per la Cgil la situazione si aggraverà ancora in autunno. Cna e Confconsumatori, intanto, si scagliano contro le banche che hanno sostituito la commissione di massimo scoperto con nuove costose voci.

30mila lavoratori in cassa integrazione per oltre 2 milioni e 400mila ore complessive, il dato diffuso ieri dalla Provincia per il primo semestre dell’anno evidenzia un problema serio di tenuta dell’occupazione nel modenese. Ancora più grave il fatto che a giugno nelle liste di mobilità fossero in 16mila. Lavoratori senza lavoro e con poche prospettive perché, anche se la crisi degli ordini e della produzione (- 25% il fatturato, – 22% l’export) ha forse toccato il fondo, la ripresa sarà inevitabilmente lenta. Ed è questo che preoccupa Cgil Modena, in vista dell’autunno. A settembre i nodi verranno al pettine: in molte aziende finiranno le 52 settimane di cassa integrazione consentite; la mancanza di liquidità e di credito ne metterà in difficoltà altre in prevalenza medio-piccole; aziende più grandi, e magari legate a fondi di investimento più che a capitani coraggiosi, si prendano ad esempio i casi Italtractor e Fini, proveranno a ridurre drasticamente il numero degli addetti. L’accordo regionale anti-crisi, ci dice il segretario provinciale Donato Pivanti, è positivo perché punta a tutelare quanti più posti di lavoro possibili, Confindustria Modena sta facendo la sua parte, adesso ci aspettiamo di più da banche e Governo. Tra le richieste della Cgil: portare a 104 settimane la cassa integrazione consentita e prevedere canali privilegiati per l’assunzione di chi ha perso il posto di lavoro per la crisi. C’era una volta la commissione di massimo scoperto che la banca applicava sull’importo negativo di conto corrente più elevato nel trimestre. Balzello ritenuto odioso dai correntisti perché puniva il picco del “rosso” e non teneva conto della media. Ma fatta la legge, che aboliva la commissione di massimo scoperto – denunciano Cna e Confconsumatori – le banche hanno subito trovato l’inganno. E così ecco che nei mesi scorsi i correntisti hanno ricevuto lettere di modifica unilaterale del contratto che aboliscono la commissione di massimo scoperto, ma la sostituiscono con nuove e più costose voci. Così – rivelano Cna e Confconsumatori – se per chiedere un fido di 10mila euro prima erano sufficienti dai 30 ai 100 euro, ora ne servono tra i 400 e i 600. E per rinnovare un fido di 50mila euro si può arrivare a spendere in un anno sino a 4200 euro. Pochissime le banche che hanno scelto di non seguire questa strada, la più virtuosa per la Cna, è la Banca Popolare di San Felice. E così l’associazione, a fronte dei centralini bollenti per rispondere alle telefonate di imprenditori arrabbiati, annuncia l’intenzione di passare al contrattacco e di suggerire ai propri iscritti a quale banca rivolgersi per non subire questi costi aggiuntivi. Ma la battaglia non si ferma qui e, in attesa dell’intervento urgente promesso dal Ministro Tremonti, Cna e Confconsumatori hanno presentato denuncia all’Antitrust e chiederanno un incontro al Prefetto, rispetto ai compiti istituzionali di vigilanza sul credito affidatigli dalla nuova normativa.Cna e Confconsumatori, intanto, si scagliano contro le banche che hanno sostituito la commissione di massimo scoperto con nuove costose voci. Un problema, soprattutto, per le piccole e medie imprese già alle prese con la stretta creditizia.


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