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Centoventicinque condannati per oltre milleduecento anni di carcere complessivi, nella sentenza di primo grado di Aemilia

Centoventicinque condannati per oltre milleduecento anni di carcere complessivi, eppure la sentenza di primo grado nella fase dibattimentale del processo Aemilia è solo l’inizio. Lo dimostra l’indagine parallela già in corso, cosiddetta Aemilia Bis, che proprio mentre veniva letta la sentenza vedeva comparire come testimoni nell’indagine i Carabinieri modenesi che la seguono fin dal principio: l’attentato all’agenzia delle entrate di Sassuolo del 2006, il campanello d’allarme più forte nelle fasi iniziali. Lo dimostra, parimenti, l’attribuzione del concorso esterno in associazione mafiosa agli imprenditori modenesi Bianchini e Gibertini: per gli inquirenti non è ammissibile che non sapessero a chi si erano spontaneamente rivolti, e comunque non sarà più possibile da ora in poi. Per gli inquirenti il processo Aemilia apre una fase di trasformazione culturale, mandando il chiaro messaggio che chi entra in affari con la ‘Ndrangheta e le mafie in genere avvelena il territorio e corre enormi rischi penali per sé. A ribadirlo è anche il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato.
Solo il principio, si è detto. E infatti ieri subito dopo la lettura della sentenza di primo grado i PM hanno chiesto e ottenuto dal giudice di portare in carcere quindici persone, ritenute tuttora attive nel sodalizio criminale nonostante le condanne. I Carabinieri di Modena hanno eseguito a metà pomeriggio, ossia due ore dopo la sentenza, l’ordinanza di custodia a carico di sei soggetti tutti residenti nel reggiano: i fratelli Vertinelli, Carmine Belfiore, Luigi e Antonio Muto ed Eugenio Sergio. Tuttora irreperibili Karima Bashaui e il fratello, entrambi tunisini e probabilmente tornati in patria. Infine è ai domiciliari, a Taranto, Graziano Schirone, figura legata a doppio filo a Michele Bolognino, condannato a 38 anni complessivi tra dibattimento e rito abbreviato: secondo gli inquirenti il vero ponte sul territorio della famiglia Grande Aracri, burattinaio delle operazioni mafiose nella ricostruzione post-sisma e in affari da anni con la famiglia Bianchini; rapporti che sono al centro del lavoro dei legali tanto di Bolognino quanto degli imprenditori della bassa, convinti che il legame sia nato per ragioni strettamente professionali e non mafiose.


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