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Un sistema di abuso di potere, quello ricostruito dai carabinieri che ha portato all’arresto del vice comandante della polizia municipale Unione Val d’Enza

Un sistema di abuso di potere, quello ricostruito dai carabinieri, che per 10 anni circa ha “concesso” paue non autorizzate, assenze ingiustificate e la trasformazione del comando della polizia municipale in asilo per i figli. E’ questo il quadro, in base alle verifiche dell’arma, che ha portato alle accuse di concussione, abuso d’ufficio, peculato, omessa denuncia, truffa aggravata ai danni dello stato e ‘mobbing’ nei confronti del vice-comandante della Municipale dell’Unione Val d’Enza (Reggio Emilia), Tito Fabbiani, arrestao e ora ai domiciliari. Nei guai anche l’ispettore capo Annalisa Pallai, indagata a piede libero in concorso con lui a vario titolo, però sospesa dal servizio per sei mesi. Le indagini sono state condotte dai militari di Castelnovo Monti, coordinati dal pm Valentina Salvi, e da queste sarebbe emerso che gli indagati abusavano della loro qualità di pubblici ufficiali e utilizzavano i beni pubblici a loro piacimento, tanto che il comando era stato ribattezzato dagli agenti ‘Casa Fabbiani’. I due indagati, secondo le accuse, avrebbero anche indotto un noto imprenditore della Val d’Enza a concedere loro in comodato gratuito (utenze comprese) un’abitazione a San Polo d’Enza. Tra le contestazioni, anche l’utilizzo da parte del vice-comandante di un’autovettura Mazda Cx3, acquisita dall’Unione come mezzo di servizio; il dirigente l’avrebbe usata invece per scopi personali in modo esclusivo e continuativo. Tutto è partito da un esposto anonimo arrivato alla polizia municipale di Reggio Emilia nel novembre 2017; da lì è partita l’attività di monitoraggio costante che ha fatto emergere, secondo i militari, il massiccio ricorso del vicecomandante alle pratiche del ‘mobbing’ e del ‘bossing’ nei confronti di dipendenti e collaboratori, una serie estenuante di vessazioni psicologiche e maltrattamenti con aggressioni verbali, obblighi di prestazioni non rientranti nelle mansioni di servizio, richieste di delazione nei confronti di colleghi, sotto la costante minaccia, se non avessero ottemperato alle sue richieste, di essere assegnati a turni di lavoro meno favorevoli o sottoposti a procedimenti disciplinari o ancora di vedere negate le proprie richieste in materia di ferie, permessi e orari di servizio. Un vero e proprio ‘sistema’, dicono i militari, basato su minacce, umiliazioni e demansionamenti, che si perpetuava sin dal 2010.


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