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Due agricoltori di Coriano sono stati denunciati per l’uccisione del lupo. E i carabinieri forestali nella loro azienda agricola hanno trovato altre violazioni contro animali e ambiente

Maltrattamento, cattura, uccisione e furto aggravato (perchè la fauna selvatica è proprietà dello Stato) di un esemplare di una specie animale particolarmente protetta, il lupo. I carabinieri forestali sono risaliti ai due responsabili dell’uccisione, e prima ancora delle torture come ha rilevato l’autopsia, dell’animale che poi era stato appeso come “monito” alla fermata dell’autobus a Ospedaletto di Coriano (Rimini) a inizio dello scorso novembre. Ma le indagini sull’uccisione del lupo hanno rivelato ben altro. Nei guai, infatti, sono finiti un 72enne e un 33enne rispettivamente padre e dipendente del titolare di un’azienda agricola dove i militari hanno scoperto che i maltrattamenti agli animali e la noncuranza verso l’ambiente di tutti erano la prassi. Le verifiche per risalire agli autori della barbara uccisione erano partite dalle rilevanze degli esami effettuati dall’Istituto Zooprofilattico di Forlì. Il povero lupo era stato catturato grazie ad esche avvelenate che lo avevano stordito, poi era stato trafitto più volte con un forcone, infine di era stato spappolato il cranio. Ma è stato quando i responsabili hanno deciso di mettere in mostra il “trofeo” alla pensilina, appendendolo per le zampe legate con fil di ferro, che hanno inevitabilmente lasciato tracce. Il furgone usato per trasportare la carcassa è stato immortalato dalle telecamere della videosorveglianza, e sul mezzo è poi stato trovato il sangue del lupo. Da lì all’azienda agricola del posto il passo è stato breve: l’analisi dei tabulati telefonici personali ha poi ristretto il cerchio sui due indagati che dovranno rispondere di maltrattamento, furto aggravata e uccisione di animale particolarmente protetto. Ma il sopralluogo in azienda alla ricerca dei barbari uccisori ha permesso di scoprire ben altro. Nella stalla era stato allestito un macello clandestino, dove gli ovini venivano per altro uccisi con particolare crudeltà e dove era richiuso illegalmente un cinghiale, probabilmente destinato a fare la stessa fine degli altri animali. Non paga, l’azienda gettava via clandestinamente e senza alcuna precauzione i resti della macellazione e tutti i rifiuti relativi. Il padre del titolare, oltre dell’uccisione del lupo, in quanto proprietario dello stabile, dovrà, assieme al figlio di 48 anni, quindi rispondere anche di queste violazioni.

Sempre nel riminese anche una faina era stata avvelenata e impiccata nel mezzo di una rotatoria, a Santa Maria del Monte a Saludecio., poco dopo i fatti del lupo


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