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Direttore generale del Carpi, per mezza stagione, nel 2002 ora è pentito di mafia. E’ stato aggredito nel luogo ritenuto sicuro

A Carpi se lo ricordano gli appassionati di calcio, per la mezza stagione da direttore generale culminata col secondo fallimento in due anni, quello del 2002 che precedette di poco la promozione in Serie D col subentro di Franco Cavicchioli: Paolo Signifredi lasciò all’improvviso e leggenda narra che si portò via anche il Fax, prima di ritentare l’impresa nello sport in altre piazze, ad esempio Catanzaro. Da allora la sua vita è profondamente cambiata, così come la sua attività principale: quella di contabile della famiglia Grande Aracri secondo gli inquirenti del processo Aemilia, che sono riusciti a convincere Signifredi a testimoniare contro la cosca mettendolo sotto protezione. Dispositivo che tuttavia non è bastato a risparmiare all’imprenditore parmense un pesante pestaggio ad opera di tre malintenzionati, a lui sconosciuti, che lo hanno rintracciato nel suo rifugio protetto e dopo averlo ripetutamente percosso gli hanno intimato di ritrattare le proprie dichiarazioni al processo reggiano giunto ormai a ridosso delle richieste di condanna, che coinvolgeranno tra l’altro la famiglia Bianchini di San Felice e la Bianchini Costruzioni. Un gesto, quello dell’aggressione a Signifredi che l’associazione Libera, molto attiva attorno al più grande processo per mafia nella storia del Nord Italia, definisce gravissimo.
Parole ribadite anche dal procuratore nazionale antimafia Federico De Raho, che ha rivolto un forte rimprovero a chi è responsabile per la sicurezza di Signifredi: “Lo Stato ha il dovere di garantire l’incolumità a chi è vicino allo Stato e collabora, bisognerà comprendere come ciò sia avvenuto” ha detto De Raho durante un incontro con gli studenti a Palermo, di fronte all’ennesimo atto intimidatorio sullo sfondo del processo Aemilia.


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