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Ne sono convinti gli inquirenti che indagano sulla tragica morte della bambina di Concordia

“Allah mi punirà ma non volevo farle del male”. Nel fosco quadro che circonda la morte della bambina pakistana di due anni di Concordia emerge questa intercettazione ambientale, un dialogo tra marito e moglie avvenuto nei giorni che hanno preceduto l’arresto di lui, Ilyas Tubassam, 33 anni, in carcere perchè accusato di omicidio volontario aggravato della sua bambina. Un contesto famigliare difficile da decifrare, dove pare, secondo il mosaico che gli inquirenti stanno mettendo insieme, che ci sia stato un accordo tra marito e moglie. Lei, la madre, che rimane indagata, doveva raccontare la versione della caduta durante il bagnetto, contando, nella peggiore delle ipotesi, sulla protezione datale dalla nuova gravidanza. E invece no, quelle lesioni gravissime sul corpo della bambina, raccontano tutt’altra storia, raccontano di percosse, violente. L’ipotesi, spiega il procuratore capo Vito Zincani, è che il padre quella maledetta mattina abbia afferrato la piccola per le braccia, che presentano evidenti ematomi, l’abbia buttata a terra e presa a calci. L’esame sul corpo della bambina ha inoltre evidenziato delle fratture alle costole pregresse, segni di percosse non recenti. Un quadro agghiacciante ma inequivocabile dove, ha sottolineato Zincani, la ricerca del movente diventa sostanzialmente superflua. Ora soltanto una piena confessione dei genitori potrebbe alleggerire la loro posizione. 


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