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Rispetto per la sentenza, solidarietà ai Manfredini e vicinanza umana e spirituale a don Giorgio Panini. Il giorno dopo la sentenza che ha condannato il parroco di Vignola, interviene il vescovo Lanfranchi.

Di essere stato condannato a 20 anni di carcere don Giorgio Panini lo ha saputo ufficialmente questa mattina quando l’avvocato Domenico Giovanardi lo ha incontrato al Sant’Anna. Il legale ha spiegato al sacerdote i contenuti della sentenza, una sentenza non leggera – 20 anni – ma lontanissima dall’ergastolo richiesto dalla pubblica accusa. E’ caduta la premeditazione, il giudice Domenico Truppa, pur considerando il parroco di Vignola sano di mente, ha riconosciuto che si è trattato di un delitto d’impeto, non è stato possibile dimostrare con certezza che vi sia stata una pianificazione dell’omicidio, poi certamente ha pesato il risarcimento del danno ai familiari della vittima, la moglie e il figlio di Sergio Manfredini, 1 milione e 119 mila euro. Una sentenza accolta con rispetto dalla Chiesa di Modena e Nonantola. Il vescovo Lanfranchi non firma il comunicato stampa ma chiaramente è l’ispiratore della nota in cui viene espressa solidarietà alla famiglia Manfredini, così duramente colpita. Per don Giorgio viene confermata la sospensione del ministero sacerdotale ma, nello stesso tempo, viene assicurata la vicinanza umana e spirituale “Perchè – leggiamo testualmente – l’esperienza dolorosa del carcere sia sostenuta dalla speranza e costituisca per lui un tempo di purificazione e di rafforzamento nella fede”. Quindi un messaggio più generale, ossia l’impegno per l’assoluta trasparenza in ordine alla vita dei suoi ministri e delle sue comunità”. “Una sentenza che ha tenuto conto della gravità di un fatto che non ha eguali nella cronaca locale” – ha ribadito anche oggi Fabrizio Canuri, l’avvocato che rappresenta i Manfredini. La famiglia, in virtù del risarcimento, non si è costituita parte civile, per questo il legale è cauto nei commenti: “il processo penale non è una vendetta, serve a a ricostruire la verità e soprattutto in un caso come questo, di un processo carico di suggestioni e anche di pettegolezzi, il giudice ha valutato molto attentamente e in modo autonomo gli atti, evitando l’accettazione acritica della requisitoria della pubblica accusa e negando attenuanti immotivate”. Una volta lette le motivazioni della sentenza, la difesa valuterà l’eventualità dell’Appello. 90 giorni il tempo che si è preso il giudice.


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