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Costringevano tre connazionali a lavorare 18 ore al giorno, sette giorni su sette, e a non uscire mai dal laboratorio tessile. Condannati oggi in tribunale, per riduzione in servitù, tre cinesi.

Era nelle campagne di Cavezzo il laboratorio tessile, una scuola ristrutturata divenuta azienda ben radicata nel territorio. Qui i carabinieri lo scorso gennaio hanno trovato al lavoro cinque cinesi, cinque persone costrette sulle macchine fino a 18 ore quotidiane, senza giornate di riposo, cibo scarso, posti letti sporchi. E tre di loro, due donne e un uomo tra i 20 e i 30 anni, erano senza regolare contratto, percepivano appena 25 euro al mese, le donne, 50 l’uomo. Erano arrivati in Italia con la promessa che fossero almeno 100: in Cina avevano firmato un contratto, con tanto di penale se non avessero lavorato per l’imprenditore almeno tre anni. Erano finiti in carcere un 65enne, il figlio di 39 e la nuora di 32, ora la donna è ai domiciliari, tutti cinesi. L’accusa per cui sono stati processati è la riduzione in servitù, che come la riduzione in schiavitù è di competenza della direzione distrettuale antimafia. Il pm Valter Giovannini durante le udienze ha sottolineato il clima di soggezione e paura in cui vivevano i tre lavoratori, privi di ogni autonomia, non conoscendo l’italiano, non avendo denaro e subendo continue minacce. Erano stati gli stessi cinesi a raccontare ai carabinieri le loro misere condizioni di vita, ma una delle donne non ha poi voluto testimoniare al processo. L’accusa, sostenendo che era stata minacciata, era riuscita a convincere il tribunale ad acquisire il verbale, con una giurisprudenza innovativa. Oggi la sentenza: i tre sono stati condannati a sei anni; il collegio giudicante, presieduto dal giudice Roberto Mazza, ha deciso anche la confisca dell’immobile. I cinesi condannati, scontata la pena, verranno espulsi.


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