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Nuove importanti prove al processo per l’omicidio di Christian Cavaletti, per il quale sono imputati la modenese Francesca Brandoli e il compagno Davide Ravarelli.

Si fa sempre più credibile l’ultima versione di Francesca Brandoli su quello che accadde la sera del 30 novembre 2006, quando Christian Cavaletti fu ucciso con 19 coltellate davanti a casa sua, a Reggiolo. In base a quanto ricostruito dall’imputata modenese, il pm Francesca Salvi si è infatti procurata gli scontrini degli acquisti fatti presumibilmente dalla coppia quel giorno, nel supermercato di Modena in cui i due furono ripresi, e all’ora indicata. C’è tutto il materiale che, secondo gli inquirenti, e nelle parole della Brandoli, sarebbe servito a Ravarelli per eseguire l’assassinio: il martello, il coltello di 18 centimetri, i guanti, la tuta da motociclista usata per coprire gli abiti e due copricapi. Esattamente il “kit” descritto dalla 35enne imputata, che ha però riversato le colpe esclusivamente sul compagno, dichiarando di non essere mai scesa dalla macchina, quella sera, quando le celle telefoniche registrarono la sua presenza a Reggiolo. Nuove prove quindi, le uniche ammesse oggi dalla Corte d’Assise di Reggio Emilia, che ha però respinto la richiesta della difesa di concedere gli arresti domiciliari alla donna, riservandosi di valutare l’eventuale atteggiamento collaborativo solo venerdì, giorno in cui è prevista la sentenza. Intanto, oggi, lo specialista incaricato di eseguire sulla modenese una perizia psichiatrica ha confermato la capacità dell’imputata di intendere e di volere, pur definendo la sua personalità “dai tratti istrionici, capace di mentire e manipolare persone e fatti pur di captare la benevolenza degli altri verso di sé”. E non è mancato il colpo di scena, quando, alla richiesta dei legali di Ravarelli di riascoltare in aula le intercettazioni, la Brandoli si è sentita male, e si è accasciata sulla sedia.


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