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Ha ammesso le sue responsabilità Paolo De Lorenzo, il campano che venerdì sera ha ucciso un giovane di soli 21 anni, in attesa del secondo figlio. Restano invece molti dubbi sul movente: la pista della gelosia, infatti, non convince.

Ha confessato l’omicidio, ma d’altra parte non poteva negare, Paolo De Lorenzo, 30 anni, arrestato dai poliziotti della Volante quando ancora stringeva in mano il coltello a serramanico con il quale aveva poco prima colpito a morte Fatmir Peja, un 21enne originario del Montenegro, padre di un bambino di due anni, il secondo nascerà a settembre. In Questura, interrogato dal magistrato Fausto Casari, De Lorenzo non ha negato le circostanze, ma non ha chiarito il movente del delitto. La storia della gelosia – gli sms che Peja da una decina di giorni avrebbe inviato con insistenza alla moglie di De Lorenzo – fa acqua da tutte le parti. A quanto pare la famiglia Peja aveva conosciuto i De Lorenzo qualche anno fa, quando il campano lavorava in una macelleria modenese. I Peja erano clienti come tanti altri. Poi De Lorenzo era passato a una cooperativa e ultimamente faceva il disossatore in un macello di Padova. Assieme a Decio Mauriello, l’altro campano in carcere per il delitto di ferragosto, fermato con una pistola giocattolo senza tappo rosso nella cinta. Al magistrato Mauriello ha detto di non conoscere Peja, di averlo visto per la prima volta la sera di venerdì. La sua posizione potrebbe dunque venire alleggerita: domani, con la richiesta formale della convalida dell’arresto – udienza che potrebbe avere luogo già nel pomeriggio o al più tardi martedì mattina – verranno chiarite le sue imputazioni: rissa aggravata dalla morte di uno dei partecipanti o concorso in omicidio. Venerdì sera i tre si erano dati appuntamento davanti al bar Morselli di via Trento Trieste, c’erano questioni da chiarire, questioni che anche dopo l’interrogatorio sono rimaste fumose. Debiti, affari finiti male o i famosi messaggini: le indagini della polizia faranno luce sul movente. Nelle prossime ore verrà eseguita l’autopsia sul corpo di Fatmir Peja, un esame dal quale non ci si aspetta grosse novità: è stato ucciso con un unico fendente all’altezza del cuore. Elementi più utili per la ricostruzione dell’omicidio potrebbero invece arrivare dai filmati delle telecamere installate nei pressi del parcheggio e della banca di via Trento Trieste. Un film dell’omicidio che potrebbe servire ad attribuire con certezza le responsabilità di tutti. La famiglia Peja Rabbia, costernazione, incredulità: per i famigliari di Fatmir Peja, il 21enne ucciso a coltellate da due campani, le ragioni sarebbero da ricercare in futili ragioni. Il giovane viveva al quarto piano del civico 74, di una palazzina popolare, in via Tignale del Garda, in zona Morane, con la madre, il padre, 5 fratelli, la moglie incinta all’ottavo mese e una figlioletta di 2 anni. Lavorava con lo zio, Mejit: acquistavano e rivendevano ferro; compenso 50 euro giornaliere. Secondo il cugino con il quale è cresciuto e una delle sorelle non aveva mai avuto problemi con la giustizia, tantomeno con coetanei italiani o di altre nazionalità. Una vita regolare, ci confermano anche i vicini: lavoro e famiglia. Fatmir, viveva da pochi anni in questa zona di Modena; per anni, insieme a numerosi famigliari, aveva vissuto a Spilamberto…


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