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Lo sfogo di Paola: “io prima vedova gay a Bologna. I politici guardino alla realtà”

“Laura e io siamo state le seconde a unirci civilmente a Bologna, avvalendoci della priorità concessa ove uno dei due partner fosse gravemente malato, ed ora sono ufficialmente la prima vedova same-sex della città. Un primato a cui avrei rinunciato volentieri perché, come ripeto spesso, ‘morire a 50 anni appena compiuti è proprio una schifezza’”. Sono le parole di una lettera, pubblicata da Gaypost.it, ricevuta e resa pubblica da Michele Giarratano, marito dell’ex senatore Sergio Lo Giudice e legale dei diritti Lgbt. Nel testo con i nomi, Laura e Paola, inventati per riservatezza si ripercorre la storia della coppia, vissuta tra lotta, speranze, riconoscimenti: “Bene, tutto questo – si legge – andrebbe raccontato ai politici che ancora scorgono del morboso nelle ‘unioni civili’: nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia avvengono incontri di Anime che sono incontri d’Amore, e che godono e subiscono gli eventi della Vita esattamente come chi contrae un matrimonio “convenzionale”.  “Lei ed io – scrive nella lettera Paola a Giarratano – abbiamo fatto la storia di Bologna, in qualche modo, e abbiamo abbattuto tanti muri con la tenacia, la determinazione e la discrezione risoluta che ci contraddistingueva. In ospedale, negli uffici, in banca, dal notaio mi dichiaravo e mi dichiaro tranquillamente ‘moglie’ (vedova) di un’altra moglie e ho trovato sempre riconoscimento, preparazione sull’argomento (la legge 7672016) e disponibilità (tranne in Posta dove, non ho capito se per ignoranza o altro, la direttrice pareva non riconoscermi come erede, ma sono dettagli)”. “La sera in cui è venuta a mancare Laura, una nostra amica felicemente eterosessuale (in una società civile non sarebbe
necessario sottolinearlo, ma in questo contesto rende bene l’idea della partecipazione affettiva ed emotiva) mi ha detto ‘per fortuna che vi siete sposate!’ e non ti annoio sui perché che puoi immaginare”. La società, conclude “si cambia con l’esempio e noi lo eravamo, mettendoci la faccia, usando un linguaggio nuovo (io ho sempre detto, anche se normativamente non esatto, “mia moglie”), perché forse anche grazie a questi piccoli tasselli i giovani di domani saranno più liberi di essere chi sono e non dovranno più vergognarsi o dare spiegazioni”.


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