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Dopo dieci anni, Marina Orlandi ha scavalcato il muro di silenzio dietro il quale si era difesa

Dalla morte del marito, si era chiusa nel riserbo più assoluto. Un silenzio, quello di Marina Orlandi, la vedova di Marco Biagi, rotto solo alla vigilia del decimo anniversario dell’uccisione del giuslavorista. La sua testimonianza, in voce ma non in video, è stata trasmessa ieri sera in esclusiva da “La storia siamo noi”, la trasmissione Rai di Giovanni Minoli che ha ricostruito la vicenda umana e professionale del professore bolognese, fino all’uccisione, per mano delle Brigate Rosse, il 19 marzo del 2002. La vedova di Biagi ha voluto ripercorrere soprattutto i mesi prima dell’omicidio, quando il marito, a cui era stata tolta la scorta, viveva nella paura e riceveva continue minacce. “Ho cominciato a temere per la sua vita dal giorno in cui è stato ucciso D’Antona” ammette la Orlandi. E da quel giorno, infatti, la paura iniziò a crescere, di pari passo con quelle telefonate anonime sempre più frequenti, a casa, come in facoltà. Minacce di cui in tanti erano a conoscenza, eppure non c’era nessuno a guardagli le spalle. Della scorta i due coniugi parlarono proprio la sera prima della morte di Biagi. "Eravamo a cena e Marco mi chiese: cosa posso fare? La scorta non me la danno. Usò parole durissime nei confronti di chi non voleva dargliela". Nel suo racconto Marina Orlandi si è poi soffermata sulla vita privata di Marco Biagi, gli studi, le passioni, l’inizio della loro storia ed i sogni per il futuro. “Un pomeriggio gli chiesi che cosa volesse fare da grande. Lui mi rispose: i miei due desideri sono insegnare alla Johns Hopkins e far parte un giorno delle commissioni ministeriali che stendono le nuove norme sul lavoro”. Sogni che si sono avverati. Ma Biagi non immaginava che proprio uno di questi avrebbe segnato il suo destino.


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