in:

Il dialetto nelle scuole? Per l’assessore comunale all’istruzione Querzè è solo un modo per distrarre da questioni ben più sostanziali, come la volontà di cambiare “il volto” stesso della scuola, in una logica più regionalistica. Della stessa opinione anche la senatrice del Pd, Mariangela Bastico.

Goldoni, Pasolini fino al più recente Camilleri. Il rapporto dialetto e lingua italiana ha una storia lunga. Di fatto mai sospesa come per esempio in letteratura o in teatro, ma sostanzialmente, per molti di noi, anche nella quotidianità. Uno dei dibattiti politici di questi giorni – una ri-proposizione invero, – riguarda l’intenzione di chi ci governa di portare l’insegnamento del dialetto nelle scuole. “E’ un modo, in realtà, per distrarre l’attenzione dalla volontà di cambiare il “volto”, la struttura stessa della scuola e la carriera degli insegnati” – secondo l’assessore comunale all’istruzione Adriana Querzè -. Lo scorso anno il dibattito su grembiulini e voto in condotta ha mascherato il massiccio taglio di docenti – prosegue-, adesso il dialetto”. A settembre le scuole dovranno fare i conti con i tagli attuati dalla Gelmini. Nel modenese gli insegnanti saranno 180 in meno contro mille studenti, indicativamente, in più. Di una “boutade” estiva che trascura quelli che sono i problemi veri parla anche la senatrice del Pd Mariangela Bastico, ex vice-ministro alla pubblica istruzione nel governo Prodi. “I problemi reali con cui si confronta la scuola pubblica in Italia sono – dice la Bastico – i tagli, il licenziamento di tanti precari, la sparizione degli insegnanti specialisti di inglese nella scuola elementare, la riduzione delle ore di lingue europee nella scuola media”. “I ragazzi italiani sono e devono sentirsi sempre più cittadini europei – conclude la Bastico – La scuola deve rafforzare l’apprendimento delle lingue straniere. Questa è la priorità, non certo l’insegnamento del dialetto”.


Riproduzione riservata © 2016 TRC