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La scuola secondo il ministro Gelmini: i primi provvedimenti hanno fatto raccogliere nel modenese, in soli tre giorni, ben 1.500 firme contro.

Per intere generazioni, dal dopoguerra ad oggi, la scuola ha rappresentato non solo il luogo dell’istruzione, ma anche la possibilità di passaggio tra le classi sociali. E’ studiando con impegno che tanti figli di contadini ed operai hanno avuto la possibilità di fare nella vita un mestiere diverso da quello dei propri genitori. Ora i provvedimenti del governo Berlusconi sembrano mettere in discussione proprio questo. Non in maniera evidente, ma, sul lungo periodo sì. Se passerà, infatti, questa idea di scuola che potremmo definire “al minimo sindacale” l’opportunità di avere una buona formazione di base non sarà affidata solo all’istituzione scolastica, ma alla volontà delle famiglie. Un minore numero di ore in classe, il ritorno al maestro unico che, in quanto unico, non potrà attenersi che alla classica lezione frontale in aula, farà sì che chi avrà genitori che, per entrate economiche o per mancanza di strumenti culturali, non potranno garantirgli un plus di formazione al di fuori della scuola ben difficilmente potrà pensare di migliorare il proprio futuro professionale utilizzando la leva dell’istruzione. E allora ben venga la petizione “Difendiamo la scuola pubblica” lanciata dalla Cgil che in soli tre giorni ha già raccolto 1.500 firme da presentare al prefetto e, per suo tramite, al ministro Gelmini. La riforma, così come si evince dagli ultimi provvedimenti, taglierà oltre 80mila insegnanti e 42mila addetti Ata, cancellerà il tempo pieno alle elementari, aumenterà il numero degli alunni nelle classi. All’Università, poi, verranno tagliati fondi per 1.500 milioni di euro nei prossimi 5 anni e con la trasformazione degli atenei in Fondazioni di diritto privato, cedendo fondi e patrimonio immobiliare, si rischia che siano soggetti privati, non certo tenuti a perseguire interessi generali, a decidere che cosa studiare e su cosa fare ricerca.


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