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 Negli anni ’80, a Novi di Modena, sono stati aperti alcuni pozzi che però adesso, nel terzo millennio, sono diventati antieconomici. Si va verso la loro chiusura.

Col prezzo del petrolio che è arrivato a sfiorare i 150 dollari a barile, anche se in questi ultimi giorni c’è stata una flessione al ribasso, una produzione di 700 barili al giorno non è da prendere sottogamba. Sono i volumi di attività dei pozzi di Novi di Modena, aperti negli anni 80 e in fase di chiusura. Qui l’Eni gestisce complessivamente otto pozzi, che però stanno diventando antieconomici: non si estrae abbastanza per giustificare il loro esercizio. Certo non è sempre stato così, negli anni 80 la produzione era sei volte tanta e le pompe a cavallino lavoravano a ritmi più serrati. In Italia nel 2007 si sono estratti sei milioni di tonnellate di petrolio, un quantitativo che non copre nemmeno il 7% dei consumi nazionali. Il resto viene importato da Russia, Libia, Arabia Saudita e Iran. Se in America c’è chi affronta la crisi col ‘fai da te’ e cerca di estrarre petrolio direttamente nel giardino di casa, in Italia le cose sono più complicate. E in alcuni casi, come a Novi, nemmeno più convenienti. Al Centro olio Cavone lavorano ancora una ventina di persone, qui viene gestita anche la produzione che si raccoglie in tutta la zona, non solo a Novi, ad esempio anche quella del pozzo di San Possidonio. Una volta effettuata la chiusura mineraria, verranno ripristinate le condizioni idrauliche esistenti prima della perforazione, poi ci sarà la bonifica ma al momento – spiegano dal Comune di Novi – non è stato presentato alcun progetto.


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