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Gli allevatori protestano contro la scarsa remunerazione del loro lavoro e danno vita allo sciopero del prosciutto. Un settore, quello zootecnico, in piena crisi.

E’ confermato, è scattato lo sciopero del prosciutto. Anche le associazioni agricole modenesi aderiscono alla protesta indetta dopo l’incontro svoltosi al ministero delle Politiche agricole a Roma, protesta che nasce per sottolineare la crisi del settore. Che sta in pochi numeri: il prezzo di un maiale supera di pochi centesimi l’euro al chilo, ma nel frattempo sono aumentati i costi di produzione. I cereali sono cresciuti del 45% nel giro di un anno, così come è lievitato il prezzo dei mangimi. Una situazione che si trascina da più di tre anni e che ha messo in ginocchio i piccoli allevatori e che crea grosse difficoltà anche a quelli più strutturati. Un problema per l’economia della nostra provincia: nel 2007 erano 400mila i capi allevati per un valore lordo di 73 milioni di euro. E’ il made in Italy che viene messo in discussione, perchè ogni anno in Italia arrivano quasi 600 milioni di cosce fresche di maiale dall’estero: qui vengono stagionate e rischiano di essere spacciate come italiane. Per gli allevatori è necessario estendere alla carne di maiale e ai suoi derivati l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta, che al momento vale solo per i prodotti della salumeria a denominazione di origine. Lo sciopero del prosciutto si traduce nel boicottaggio della fornitura di cosce per la stagionatura. E con qualche proposta che si distingue dal coro: è il caso di Assosuini, associazione volontaria di allevatori, i cui associati fanno comunque parte delle tradizionali associazioni di categoria. Visto che non c’è differenza di guadagno per l’allevatore italiano produrre con marchio Dop o senza, allora perchè non creare una filiera parallela, più snella, in cui non venga messo in discussione il disciplinare relativo all’alimentazione dei suini ma i tempi di macellazione, un po’ più brevi rispetto a quanto richiesto dal dop. Una proposta che però stenta a decollare anche all’interno del settore. Il rischio è d’importare carne meno sicura che, in più, ha attraversato mezza europa con costi ambientali elevatissimi.


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