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In attesa della pioggia emergono i primi scetticismi sul modello padano di gestione delle polveri: il cosiddetto PAIR, appena entrato in vigore

Nonostante il piano congiunto delle quattro regioni padane abbia preso il via, l’aria non migliora: le cause sono in parte meteorologiche e in parte fisiologiche – del tessuto economico, che è potente come pure le proprie emissioni; e se la pioggia non porterà sollievo, come fortunatamente è previsto nelle prossime 24 ore, si aprirà una nuova settimana da blocco totale. I primi scetticismi vengono a galla: il nuovo PAIR, piano regionale dell’aria, agisce dopo appena quattro sforamenti consecutivi ma l’effetto rimane a “macchia di leopardo”. Le singole province sono infatti tenute a recepire gli sforamenti anche di una singola località sopra i 30mila abitanti, ma quelle che per un motivo o per l’altro non mettono in fila quattro violazioni consecutive non partono, e l’effetto è solo parziale. Inoltre, controllare è molto difficile: come si può valutare all’istante se un’automobile diesel Euro4 o precedente stia o non stia entrando nell’area urbana? Servirebbero controlli capillari per i quali, lamentano i Comuni, le risorse non esistono; altre norme riguardano il riscaldamento aziendale e domestico, di cui andrebbero tenute sotto controllo permanente le temperature, senza contare il divieto delle super inquinanti caldaie a legno o a pellet: controllarle tutte è impossibile, come pure chiedere di avere accesso a un’abitazione a caso per verificare. Tutto è dunque demandato alla sensibilità delle persone, che un po’ alla volta – si spera – accetteranno di adeguarsi. Mentre l’Emilia-Romagna soffre, Milano e Torino quasi soffocano; gli esperti ribadiscono la necessità di riempire i centri urbani di alberi, per favorire l’assorbimento delle polveri e aumentare la quantità di ossigeno, ma spesso la vegetazione urbana è relegata al ruolo di arredo. “Serve fare di più”, gridano gli ambientalisti. E l’Emilia-Romagna si organizza.

 


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